domenica, 28 Marzo 2021 / Pubblicato il Le Pillole di Giuseppe Cera

Primavera! Tempo del risveglio; inizio di una nuova vita.
Il cuore dell’uomo è rinnovato; esso esulta pieno d’entusiasmo e allarga le braccia al nuovo ciclo e par che dica: “Eccomi, sono in arrivo, metto a disposizione tutte le mie forze per iniziare il nuovo cammino”.
Primavera! Parimenti è in arrivo la Pasqua di resurrezione dell’Uomo-Dio Gesù Cristo. La fede, sì come la natura vegetale e umana, rinasce al nuovo corso con rinnovato entusiasmo. Nel buio del passato inverno, l’ignoranza è morta; ora, sorgerà un nuovo tempo, quello del figlio dell’uomo che dalla morte ritorna alla vita, donandoci la salvezza eterna.
E si celebra la Pasqua del Redentore; con il Salvatore, è portata in gloria la sua Divina Madre Maria: in moltissime parti del mondo cristiano, nel giorno della Pasqua di Resurrezione il binomio Figlio- Madre, è celebrato in forme varie, il cui unico scopo è gloriare e osannare queste due persone Divine.
Un esempio clamoroso, conosciuto in tutto il mondo, è quello di Sulmona che celebra l’avvenimento con la sacra rappresentazione della cosiddetta “Madonna che scappa”: la Madre, procede lentamente, vestita a lutto ; alla vista del figlio risorto, lestamente e prodigiosamente muta il colore funereo degli abiti in un gioioso verde e, tra il festoso librarsi di colombe nel cielo e scoppi di mortaletti, le corre incontro. Colgo l’occasione per rammentare quello che fino a pochi anni fa avveniva a Castelvecchio Subequo nel giorno di Pasqua (purtroppo, inopinatamente è andato in disuso) e che, a mio parere, ha similitudine con la manifestazione sulmonese. Dopo la Messa pasquale, una solenne processione prendeva avvio per le vie del paese. Apriva l’usuale croce, seguiva una lunga doppia fila di donne oranti portando ceri in mano, seguiva svettando, la statua imbandierata del Cristo risorto castelvecchiese (fig.1), avvolto da un telo d’azzurro.

La processione procedeva tra la folla in un tripudio di inni religiosi, suoni di fanfare e scoppiettii degli immancabili fuochi artificiali e anche di armi da fuoco caricate a salve. Attenzione: i festeggiamenti non riguardavano solo la figura di Gesù risorto ma, anche quella della Madre; la statua del Cristo era preceduta da un sacerdote solennemente vestito con paramenti sacri, recando bene in vista una preziosa piccola statua della Vergine in trono, col bambino ritto sulle gambe affiancata da due angeli (fig. 2).

Tanta la fama di questa statua, portata in processione il giorno di Pasqua, da essere indicata col nome di “Pasquarella”, appellativo passato fin alle cronache d’oggi, come ben sanno gli studiosi di storia dell’arte. L’opera è considerata un’eccezione notevole nell’ambito dell’oreficeria abruzzese. Ad avvalorare tale considerazione basti dire che nel 1905 fu esposta a Chieti, alla Mostra dell’Antica Arte Abruzzese e nel 1988, alla rassegna romana “Imago Mariæ”, tenutasi a Palazzo Venezia. Il gruppo scultorio ha le seguenti dimensioni in cm: altezza 29,03, lunghezza 22, base 22,06 × 17,02 x 3. Sul bordo smussato della predella del trono gira un’iscrizione a caratteri Gotici, che ci da le seguenti informazioni: “Quest’opera fu fatta eseguire da frà Bartolomeo di Acciano nel 1412, in memoria di donna Margherita Prignani già contessa di Celano”. Tutti gli storici che hanno studiato l’opera, concordemente affermano di trovarsi di fronte ad un’autentica opera d’arte. Le sue fatture sono frutto d’indovinate e impeccabili soluzioni artistiche: azzeccata, è l’impostazione scenografica, altrettanto dicasi per la realizzazione scultoria delle figure presenti; incanta il bellissimo viso, dai lineamenti regolari, della Vergine di Castelvecchio; regale si presenta il Bambino Divino, ritto sulle gambe della Madre; austere e solenni le figure degli angeli, poste ai lati a mò di chiusura di una Divina composizione.Sotto la base, con caratteri dell’epoca, un graffito dice che la scultura, in argento, pesa (con approssimazione) kg. 0,502,5; sono presenti anche quattro bolli, eseguiti con un punzone, adoperato al tempo, dalla conosciuta e famosa bottega orafa di Mastro Nicola Piczulo di Sulmona, da cui sono usciti numerosi preziosi oggetti d’arte (forse anche la nostra “Pasquarella” è opera personale di detto Maestro?). Recentemente (2016), presso la chiesa convento di S. Francesco d’Assisi in Castelvecchio Subequo è stato reso fruibile un Museo d’Arte Sacra, ove, la statua qui descritta, fa bella mostra di sé. Il nucleo espositivo è composto di varie teche nelle quali sono esposti diversi oggetti di alto valore storico, artistico e religioso. Il materiale esposto proviene in larga parte da donazioni fatte alla comunità francescana di Castelvecchio Subequo, da parte d’importanti personaggi civili e religiosi lungo gli anni trascorsi dalla fondazione.

domenica, 28 Marzo 2021 / Pubblicato il Le Pillole di Giuseppe Cera

Il prossimo 3 aprile 2021 è un Venerdì Santo. La chiesa cattolica ricorderà la condanna, il supplizio e la morte in croce di Gesù di Nazareth. Nell’avvenimento spicca un personaggio chiamato Ponzio Pilato (Pontius Pilatus), che Dante, nella sua Divina Commedia definisce «Colui che per viltade fé il gran rifiuto». Questo personaggio, dal 6 al 36 della nostra era, fu Procuratore romano della Giudea; la sua massima notorietà la deve alla parte che egli ebbe nel processo a Gesù determinando la sua condanna a morte. La sua esistenza storica, oltre ai Vangeli è confermata da scrittori latini del tempo e dal ritrovamento, nel 1961, nei pressi dell’anfiteatro romano di Cesarea, di una lapide marmorea nella quale Ponzio Pilato è chiaramente menzionato (fig.1).

Questa lapide, certifica in modo diretto e inconfutabile che il personaggio istituzionale Ponzio Pilato sia effettivamente esistito e che il suo cognome è riportato nel modo corretto dalla storiografia. Doveva appartenere, come gli altri procuratori, all’Ordine dei Cavalieri. Numerose leggende narrano che quel personaggio abbia avuto i natali in qualche parte d’Abruzzo. Diverse località si contendono l’onore di avergli dato i natali: San Pio di Fontecchio, Navelli, Peltuinum, Tussio, Bisenti; in tale contesto entra anche Collarmele: addirittura, gli abitanti di questo centro hanno la nomea di ‘nchiova Criste (inchiodatori di Cristo), giacché, si pensa, che Pilato abbia portato con se, come legionari, gente del proprio paese. Che, Ponzio Pilato, possa essere nato in Abruzzo, ha qualche fondamento, poiché il cognome Ponzio è stato rinvenuto in diverse epigrafi rinvenute nella nostra regione, per esempio a Corfinium (Corfinio), Sulmo (Sulmona) e anche nella nostra zona superequana. Un’epigrafe, ora murata nella facciata della chiesetta cimiteriale di San Giovanni Battista a Gagliano Aterno, cita un personaggio a nome Quinto Ponzio che ricorda il figlio Nynphio, vissuto 20 anni; un’altra, rinvenuta da padre Egidio Ricotti nel 1912 in prossimità del cimitero di Castelvecchio Subequo, cita vari personaggi e, tra essi, un Tito Ponzio (fig. 2).

È singolare che nel nostro territorio troviamo due individui aventi il cognome Ponzio; quasi quasi, forzando la mano, viene da pensare che, quel Ponzio Pilato citato dai Vangeli, magari, possa essere stato proprio un superequano, nostro antenato?

venerdì, 17 Luglio 2020 / Pubblicato il Itinerari

Le pagliare sono villaggi rurali d’altura abitati per alcuni periodi dell’anno ed abbandonati tra gli anni 60-70, sono oggi presenze preziose nel territorio del Parco Sirente-Velino, che hanno conservato intatto il fascino e le suggestioni del mondo pastorale e contadino. Nascono per lo sfruttamento delle aree agricole montane ed i pascoli di quota in un sistema di equilibrio perfetto e di gestione di tutto il territorio comunale: la loro localizzazione era intermedia tra i paese a valle ed i pascoli montani, per sfruttare ogni superficie di terreno distante dai centri abitati e su quote diverse. Le Pagliare erano insediamenti residenziali a servizio dell’agricoltura e del pascolo e la loro tipologia derivava direttamente dalla doppia funzione: il piano terra era destinato al ricovero degli animali, mentre il piano superiore rappresentava la residenza dei pastori-contadini che, insieme alle famiglie, vi soggiornavano dalla Primavera all’Autunno, tempo necessario alla semina e alla raccolta dei frutti. I materiali costruttivi delle ‘’Pagliare’’ sono la pietra e il legno; il fabbricato ha una struttura semplice ed essenziale, privo di decorazioni se non negli elementi funzionali all’utilizzo, come gli anelli in pietra realizzati per legarvi l’asino, il mulo o il cavallo. Le case erano dotate di cisterne

venerdì, 10 Luglio 2020 / Pubblicato il Itinerari

Il Cratere del Sirente è raggiungibile percorrendo la strada di collegamento tra Secinaro e Rocca di Mezzo, posto ad una quota di circa 1.100 metri e si caratterizza da una forma ‘’a scodella’’ con diametro massimo di circa 140 metri, con un bordo rialzato di circa 3,5 metri rispetto al pianeggiante terreno circostante. Il probabile impatto è stato fissato, con datazione del carbonio, tra il IV e il V secolo d.C. e questa ‘’giovane età’’ ha preservato l’intera struttura  del cratere nella maniera ottimale rendendolo, nel panorama mondiale, un caso pressappoco unico. Dal punto di vista scientifico, sappiamo che il corpo del meteoritico al momento dell’ingresso in atmosfera ha subito una disintegrazione frantumandosi in più pezzi di cui il più grande ha originato l’attuale cratere principale, mentre i corpuscoli, di dimensioni notevolmente ridotte, hanno determinato crateri minori. La geometria e la disposizione dei crateri nell’insieme fanno ipotizzare la direzione obliqua dell’impianto, da ovest e quindi da Roma. Questo dice la Scienza, ma la ricostruzione storica dell’evento è al limite tra la storia e la leggenda. La formazione del cratere di Secinaro è fatta coincidere con l’evento eccezionale avvenuto nell’ottobre 312 d.C.  ad ovest di Roma, ovvero nella piana di Saxa Rubra. Qui erano accampate le truppe dell’imperatore Costantino e le fonti storiche documentano che proprio Costantino vide attraversare il cielo da una luce sulla quale erano tracciate le parole ‘’In hoc signo vinces’’, letteralmente “sotto questo segno vincerai”, ma rimase interdetto sul significato della visione. Lo stesso imperatore, durante la notte successiva, prima della battaglia di Ponte Milvio, ebbe in sogno un angelo che gli mostrò una croce e ripetè la frase latina sopra citata. L’imperatore Costantino interpretò il sogno come un segno divino che lo portò alla conversione nel Cristianesimo.

Aldilà della scienza o leggenda resta comunque che, il laghetto meteoritico, il maestoso Sirente, i prati che accolgono le mansuete mucche e un’atmosfera incantevole e avvolgente, fanno di questo ambiente un luogo di altri tempi.

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