venerdì, 21 Gennaio 2022 / Pubblicato il Gusto & Territorio

I Mugnoli di Pettorano sul Gizio, in provincia dell’Aquila, sono un ortaggio che viene coltivato esclusivamente nei terreni sottostanti il centro storico, lungo l’antico tratturo magno, a circa 600mt sul livello del mare da famiglie di ortolani che hanno tramandato di generazione in generazione i saperi e le tecniche di coltivazione di questa verdura straordinaria dal gusto molto delicato.

Il Mugnolo è un vegetale resistente alle gelate e, con il passare degli anni, si è perfettamente adattato al clima di Pettorano sul Gizio. La sua coltivazione, che non richiede l’uso di concimi chimici, risale ai primi anni del novecento, introdotto quasi sicuramente dai pastori transumanti che tornavano dalla Puglia.

Gli ortolani di Pettorano sul Gizio, d’inverno, quando l’avara montagna Abruzzese non disponeva di nessuna verdura fresca, lo trasportavano nei mercati dei paesi limitrofi, barattati anche con altri prodotti quali patate, lenticchie e farina di solita, in grossi canestri posti sulla testa delle donne nel loro caratteristico abito Pettoranese.

Oggi i Mugnoli di Pettorano sul Gizio possiamo ritrovarli nei ristoranti del nostro territorio. Famosissima è la ricetta dei “Chezzerièje e Mugnoli” una sorta di gnocchetti acqua e farina conditi con i Mugnoli (ricetta tipica di Pettorano sul Gizio).

Anche noi abbiamo provato ad elaborare una nostra personalissima ricetta: Fusilloni di Solina con crema di Mugnoli, scaglie di pecorino e guanciale. La pasta di Solina, farina regina d’Abruzzo, e la crema di Mugnoli, uno spinacio che nasce nella località di Pettorano sul Gizio, si incontrano in un piatto unico rivisitato da noi con l’aggiunta di scaglie di pecorino e guanciale croccante. A partire da questo weekend potete trovare questa ricetta nel nostro ristorante.

lunedì, 13 Dicembre 2021 / Pubblicato il Eventi

Vi Aspettiamo a Castelvecchio Subequo il 18/19 Dicembre 2021SCOPRI & GUSTAMestieri e prodotti tipici nella valle Subequana d’Abruzzo

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venerdì, 30 Aprile 2021 / Pubblicato il Le Pillole di Giuseppe Cera

Cocullo è situato ai confini tra la conca Peligna e la Marsica, nell’alta Valle del Sagittario. Oltre alle considerevoli testimonianze di necropoli preromane, assimilabili in generale alle tombe peligne più antiche, furono ripetutamente verificate in passato presenze di reperti di età romana quali mosaici, muri e isolati resti riconducibili al periodo imperiale. Nel cuore del centro storico, nella parte più elevata del paese, sorge il Rione San Nicola, che racchiude in sé una delle zone urbane meglio conservate e indicative. Sovrasta le antiche mura, la Torre medievale a base quadrata del sec. XII

la cui costruzione è attribuibile ai de Celano (Berardi), conti dei Marsi, potente famiglia feudale con sede nella vicina Celano, il cui stemma è ancora in loco.
A Cocullo, il giorno 1 di maggio (precedentemente e fino al 2011 si svolgeva il primo giovedì del mese) si celebra la festa del santo patrono: San Domenico di Foligno, conosciuta come la “Festa dei Serpari”. Quest’avvenimento religioso è noto non solo in Abruzzo ma anche oltre i confini nazionali; in detto giorno migliaia di persone si riversano nel paese per assistere alla celebrazione. Singolarmente, già dal mattino, in mezzo alla folla radunatasi per l’occasione, sono presenti i serpari i quali girano in mezzo alla folla esibendo esemplari inoffensivi di bisce, tipo: cervoni, lattari, ecc. Pur con qualche esitazione, sono in molti, adulti e giovani d’ambo i sessi che si fanno fotografare con i rettili in mano e addirittura attorcigliati al corpo.

Dopo la celebrazione della Santa Messa nel santuario, la statua di San Domenico, adagiata sul sagrato, viene addobbata con ori (ex voti) e grovigli di serpenti vivi. È quindi portata a spalla in processione fino a raggiungere la sommità del paese, dove riceve l’omaggio dei fuochi pirotecnici. Durante la processione i rettili s’intrecciano in spirali scenografiche e si attorcigliano intorno al capo del Santo suscitando la meraviglia degli astanti.

Il patronato del Santo, al quale si attribuisce un miracoloso potere contro i morsi delle serpi, si giustifica con un episodio narrato in “Vita e morte del beato Domenico di Sora”, scritto da Giovanni, suo discepolo e compagno delle innumerevoli peregrinazioni. Egli narra: «Un giorno il priore di Montecassino gli mandò al suo monastero di San Bartolomeo parecchi pesci come dono. Poco prima di arrivare i frati decisero di nascondere quattro fra i più grandi in una cavità della roccia per poi riprenderseli al ritorno. Il Santo dopo averli baciati li invitò a pranzare insieme con lui e i confratelli. Quando al terzo giorno espressero il desiderio di ritornare all’abbazia, Domenico scongiurò loro di non accostarsi ai pesci che avevano nascosto perché si erano trasformati in serpi. E poiché quelli erano perplessi, li fece accompagnare da due frati che portavano il suo bastone. Arrivati alla roccia, trovarono effettivamente delle serpi che, toccate dal magico bastone, tornarono pesci. I due frati, scossi dall’insolito episodio, corsero da Domenico chiedendogli fra le lacrime di intercedere in cielo per la loro salvezza. Il santo, commosso e impietosito, prescrisse loro un digiuno di tre giorni al termine del quale, raccoltosi in preghiera, ne ottenne il perdono». L’episodio, che passa sotto il nome di sincretismo religioso, rappresenta una rivisitazione cristiana di rituali e credenze ben più antiche che fonde e trasferisce sul Santo culti precristiani, come quello della dea Angizia, il cui tempio si trovava non lontano, presso Luco dei Marsi, e alla quale i popoli italici del luogo, noti sin dall’antichità come serpari, erano devoti. Altro culto di riferimento è quello del sacerdote Umbrone, incantatore di serpenti, descritto da Virgilio nell’Eneide. La figura del serparo compare anche nell’atto III della tragedia dannunziana “La Recentemente, la festa è stata candidata presso l’UNESCO come Patrimonio immateriale dell’umanità.
San Domenico divenne ben presto molto famoso anche per le sue virtù taumaturgiche: ancora oggi egli è venerato come protettore dalle tempeste, dalla febbre, dalla rabbia, dai morsi degli animali selvaggi e velenosi (come ad esempio i serpenti) e dalle malattie dei denti.
San Domenico oltre a essere particolarmente venerato a Cocullo, lo è anche a Villalago e Castelvecchio Subequo per la presenza di reliquie del Santo. A Cocullo si conserva un dente ed un ferro della sua mula, a Villalago e Castelvecchio Subequo (attualmente presente presso il museod’Arte Sacra) un molare.

Questi due ultimi centri sono accomunati da una stessa leggenda. Si narra che, un giorno, un gruppo di male intenzionati briganti, alla ricerca di San Domenico, arrivò in un campo nei pressi di Castelvecchio Subequo. Scorgendo dei contadini, chiesero loro se per caso avessero visto transitare un monaco. La risposta (stupefacente) fu: “Sì, fu quanto eravamo intenti alla semina di fave”; miracolosamente, queste, erano fiorite all’arrivo dei malfattori, i quali, delusi, tornarono indietro.

domenica, 28 Marzo 2021 / Pubblicato il Le Pillole di Giuseppe Cera

Primavera! Tempo del risveglio; inizio di una nuova vita.
Il cuore dell’uomo è rinnovato; esso esulta pieno d’entusiasmo e allarga le braccia al nuovo ciclo e par che dica: “Eccomi, sono in arrivo, metto a disposizione tutte le mie forze per iniziare il nuovo cammino”.
Primavera! Parimenti è in arrivo la Pasqua di resurrezione dell’Uomo-Dio Gesù Cristo. La fede, sì come la natura vegetale e umana, rinasce al nuovo corso con rinnovato entusiasmo. Nel buio del passato inverno, l’ignoranza è morta; ora, sorgerà un nuovo tempo, quello del figlio dell’uomo che dalla morte ritorna alla vita, donandoci la salvezza eterna.
E si celebra la Pasqua del Redentore; con il Salvatore, è portata in gloria la sua Divina Madre Maria: in moltissime parti del mondo cristiano, nel giorno della Pasqua di Resurrezione il binomio Figlio- Madre, è celebrato in forme varie, il cui unico scopo è gloriare e osannare queste due persone Divine.
Un esempio clamoroso, conosciuto in tutto il mondo, è quello di Sulmona che celebra l’avvenimento con la sacra rappresentazione della cosiddetta “Madonna che scappa”: la Madre, procede lentamente, vestita a lutto ; alla vista del figlio risorto, lestamente e prodigiosamente muta il colore funereo degli abiti in un gioioso verde e, tra il festoso librarsi di colombe nel cielo e scoppi di mortaletti, le corre incontro. Colgo l’occasione per rammentare quello che fino a pochi anni fa avveniva a Castelvecchio Subequo nel giorno di Pasqua (purtroppo, inopinatamente è andato in disuso) e che, a mio parere, ha similitudine con la manifestazione sulmonese. Dopo la Messa pasquale, una solenne processione prendeva avvio per le vie del paese. Apriva l’usuale croce, seguiva una lunga doppia fila di donne oranti portando ceri in mano, seguiva svettando, la statua imbandierata del Cristo risorto castelvecchiese (fig.1), avvolto da un telo d’azzurro.

La processione procedeva tra la folla in un tripudio di inni religiosi, suoni di fanfare e scoppiettii degli immancabili fuochi artificiali e anche di armi da fuoco caricate a salve. Attenzione: i festeggiamenti non riguardavano solo la figura di Gesù risorto ma, anche quella della Madre; la statua del Cristo era preceduta da un sacerdote solennemente vestito con paramenti sacri, recando bene in vista una preziosa piccola statua della Vergine in trono, col bambino ritto sulle gambe affiancata da due angeli (fig. 2).

Tanta la fama di questa statua, portata in processione il giorno di Pasqua, da essere indicata col nome di “Pasquarella”, appellativo passato fin alle cronache d’oggi, come ben sanno gli studiosi di storia dell’arte. L’opera è considerata un’eccezione notevole nell’ambito dell’oreficeria abruzzese. Ad avvalorare tale considerazione basti dire che nel 1905 fu esposta a Chieti, alla Mostra dell’Antica Arte Abruzzese e nel 1988, alla rassegna romana “Imago Mariæ”, tenutasi a Palazzo Venezia. Il gruppo scultorio ha le seguenti dimensioni in cm: altezza 29,03, lunghezza 22, base 22,06 × 17,02 x 3. Sul bordo smussato della predella del trono gira un’iscrizione a caratteri Gotici, che ci da le seguenti informazioni: “Quest’opera fu fatta eseguire da frà Bartolomeo di Acciano nel 1412, in memoria di donna Margherita Prignani già contessa di Celano”. Tutti gli storici che hanno studiato l’opera, concordemente affermano di trovarsi di fronte ad un’autentica opera d’arte. Le sue fatture sono frutto d’indovinate e impeccabili soluzioni artistiche: azzeccata, è l’impostazione scenografica, altrettanto dicasi per la realizzazione scultoria delle figure presenti; incanta il bellissimo viso, dai lineamenti regolari, della Vergine di Castelvecchio; regale si presenta il Bambino Divino, ritto sulle gambe della Madre; austere e solenni le figure degli angeli, poste ai lati a mò di chiusura di una Divina composizione.Sotto la base, con caratteri dell’epoca, un graffito dice che la scultura, in argento, pesa (con approssimazione) kg. 0,502,5; sono presenti anche quattro bolli, eseguiti con un punzone, adoperato al tempo, dalla conosciuta e famosa bottega orafa di Mastro Nicola Piczulo di Sulmona, da cui sono usciti numerosi preziosi oggetti d’arte (forse anche la nostra “Pasquarella” è opera personale di detto Maestro?). Recentemente (2016), presso la chiesa convento di S. Francesco d’Assisi in Castelvecchio Subequo è stato reso fruibile un Museo d’Arte Sacra, ove, la statua qui descritta, fa bella mostra di sé. Il nucleo espositivo è composto di varie teche nelle quali sono esposti diversi oggetti di alto valore storico, artistico e religioso. Il materiale esposto proviene in larga parte da donazioni fatte alla comunità francescana di Castelvecchio Subequo, da parte d’importanti personaggi civili e religiosi lungo gli anni trascorsi dalla fondazione.

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