venerdì, 30 Aprile 2021 / Pubblicato il Le Pillole di Giuseppe Cera

Cocullo è situato ai confini tra la conca Peligna e la Marsica, nell’alta Valle del Sagittario. Oltre alle considerevoli testimonianze di necropoli preromane, assimilabili in generale alle tombe peligne più antiche, furono ripetutamente verificate in passato presenze di reperti di età romana quali mosaici, muri e isolati resti riconducibili al periodo imperiale. Nel cuore del centro storico, nella parte più elevata del paese, sorge il Rione San Nicola, che racchiude in sé una delle zone urbane meglio conservate e indicative. Sovrasta le antiche mura, la Torre medievale a base quadrata del sec. XII

la cui costruzione è attribuibile ai de Celano (Berardi), conti dei Marsi, potente famiglia feudale con sede nella vicina Celano, il cui stemma è ancora in loco.
A Cocullo, il giorno 1 di maggio (precedentemente e fino al 2011 si svolgeva il primo giovedì del mese) si celebra la festa del santo patrono: San Domenico di Foligno, conosciuta come la “Festa dei Serpari”. Quest’avvenimento religioso è noto non solo in Abruzzo ma anche oltre i confini nazionali; in detto giorno migliaia di persone si riversano nel paese per assistere alla celebrazione. Singolarmente, già dal mattino, in mezzo alla folla radunatasi per l’occasione, sono presenti i serpari i quali girano in mezzo alla folla esibendo esemplari inoffensivi di bisce, tipo: cervoni, lattari, ecc. Pur con qualche esitazione, sono in molti, adulti e giovani d’ambo i sessi che si fanno fotografare con i rettili in mano e addirittura attorcigliati al corpo.

Dopo la celebrazione della Santa Messa nel santuario, la statua di San Domenico, adagiata sul sagrato, viene addobbata con ori (ex voti) e grovigli di serpenti vivi. È quindi portata a spalla in processione fino a raggiungere la sommità del paese, dove riceve l’omaggio dei fuochi pirotecnici. Durante la processione i rettili s’intrecciano in spirali scenografiche e si attorcigliano intorno al capo del Santo suscitando la meraviglia degli astanti.

Il patronato del Santo, al quale si attribuisce un miracoloso potere contro i morsi delle serpi, si giustifica con un episodio narrato in “Vita e morte del beato Domenico di Sora”, scritto da Giovanni, suo discepolo e compagno delle innumerevoli peregrinazioni. Egli narra: «Un giorno il priore di Montecassino gli mandò al suo monastero di San Bartolomeo parecchi pesci come dono. Poco prima di arrivare i frati decisero di nascondere quattro fra i più grandi in una cavità della roccia per poi riprenderseli al ritorno. Il Santo dopo averli baciati li invitò a pranzare insieme con lui e i confratelli. Quando al terzo giorno espressero il desiderio di ritornare all’abbazia, Domenico scongiurò loro di non accostarsi ai pesci che avevano nascosto perché si erano trasformati in serpi. E poiché quelli erano perplessi, li fece accompagnare da due frati che portavano il suo bastone. Arrivati alla roccia, trovarono effettivamente delle serpi che, toccate dal magico bastone, tornarono pesci. I due frati, scossi dall’insolito episodio, corsero da Domenico chiedendogli fra le lacrime di intercedere in cielo per la loro salvezza. Il santo, commosso e impietosito, prescrisse loro un digiuno di tre giorni al termine del quale, raccoltosi in preghiera, ne ottenne il perdono». L’episodio, che passa sotto il nome di sincretismo religioso, rappresenta una rivisitazione cristiana di rituali e credenze ben più antiche che fonde e trasferisce sul Santo culti precristiani, come quello della dea Angizia, il cui tempio si trovava non lontano, presso Luco dei Marsi, e alla quale i popoli italici del luogo, noti sin dall’antichità come serpari, erano devoti. Altro culto di riferimento è quello del sacerdote Umbrone, incantatore di serpenti, descritto da Virgilio nell’Eneide. La figura del serparo compare anche nell’atto III della tragedia dannunziana “La Recentemente, la festa è stata candidata presso l’UNESCO come Patrimonio immateriale dell’umanità.
San Domenico divenne ben presto molto famoso anche per le sue virtù taumaturgiche: ancora oggi egli è venerato come protettore dalle tempeste, dalla febbre, dalla rabbia, dai morsi degli animali selvaggi e velenosi (come ad esempio i serpenti) e dalle malattie dei denti.
San Domenico oltre a essere particolarmente venerato a Cocullo, lo è anche a Villalago e Castelvecchio Subequo per la presenza di reliquie del Santo. A Cocullo si conserva un dente ed un ferro della sua mula, a Villalago e Castelvecchio Subequo (attualmente presente presso il museod’Arte Sacra) un molare.

Questi due ultimi centri sono accomunati da una stessa leggenda. Si narra che, un giorno, un gruppo di male intenzionati briganti, alla ricerca di San Domenico, arrivò in un campo nei pressi di Castelvecchio Subequo. Scorgendo dei contadini, chiesero loro se per caso avessero visto transitare un monaco. La risposta (stupefacente) fu: “Sì, fu quanto eravamo intenti alla semina di fave”; miracolosamente, queste, erano fiorite all’arrivo dei malfattori, i quali, delusi, tornarono indietro.

domenica, 28 Marzo 2021 / Pubblicato il Le Pillole di Giuseppe Cera

Primavera! Tempo del risveglio; inizio di una nuova vita.
Il cuore dell’uomo è rinnovato; esso esulta pieno d’entusiasmo e allarga le braccia al nuovo ciclo e par che dica: “Eccomi, sono in arrivo, metto a disposizione tutte le mie forze per iniziare il nuovo cammino”.
Primavera! Parimenti è in arrivo la Pasqua di resurrezione dell’Uomo-Dio Gesù Cristo. La fede, sì come la natura vegetale e umana, rinasce al nuovo corso con rinnovato entusiasmo. Nel buio del passato inverno, l’ignoranza è morta; ora, sorgerà un nuovo tempo, quello del figlio dell’uomo che dalla morte ritorna alla vita, donandoci la salvezza eterna.
E si celebra la Pasqua del Redentore; con il Salvatore, è portata in gloria la sua Divina Madre Maria: in moltissime parti del mondo cristiano, nel giorno della Pasqua di Resurrezione il binomio Figlio- Madre, è celebrato in forme varie, il cui unico scopo è gloriare e osannare queste due persone Divine.
Un esempio clamoroso, conosciuto in tutto il mondo, è quello di Sulmona che celebra l’avvenimento con la sacra rappresentazione della cosiddetta “Madonna che scappa”: la Madre, procede lentamente, vestita a lutto ; alla vista del figlio risorto, lestamente e prodigiosamente muta il colore funereo degli abiti in un gioioso verde e, tra il festoso librarsi di colombe nel cielo e scoppi di mortaletti, le corre incontro. Colgo l’occasione per rammentare quello che fino a pochi anni fa avveniva a Castelvecchio Subequo nel giorno di Pasqua (purtroppo, inopinatamente è andato in disuso) e che, a mio parere, ha similitudine con la manifestazione sulmonese. Dopo la Messa pasquale, una solenne processione prendeva avvio per le vie del paese. Apriva l’usuale croce, seguiva una lunga doppia fila di donne oranti portando ceri in mano, seguiva svettando, la statua imbandierata del Cristo risorto castelvecchiese (fig.1), avvolto da un telo d’azzurro.

La processione procedeva tra la folla in un tripudio di inni religiosi, suoni di fanfare e scoppiettii degli immancabili fuochi artificiali e anche di armi da fuoco caricate a salve. Attenzione: i festeggiamenti non riguardavano solo la figura di Gesù risorto ma, anche quella della Madre; la statua del Cristo era preceduta da un sacerdote solennemente vestito con paramenti sacri, recando bene in vista una preziosa piccola statua della Vergine in trono, col bambino ritto sulle gambe affiancata da due angeli (fig. 2).

Tanta la fama di questa statua, portata in processione il giorno di Pasqua, da essere indicata col nome di “Pasquarella”, appellativo passato fin alle cronache d’oggi, come ben sanno gli studiosi di storia dell’arte. L’opera è considerata un’eccezione notevole nell’ambito dell’oreficeria abruzzese. Ad avvalorare tale considerazione basti dire che nel 1905 fu esposta a Chieti, alla Mostra dell’Antica Arte Abruzzese e nel 1988, alla rassegna romana “Imago Mariæ”, tenutasi a Palazzo Venezia. Il gruppo scultorio ha le seguenti dimensioni in cm: altezza 29,03, lunghezza 22, base 22,06 × 17,02 x 3. Sul bordo smussato della predella del trono gira un’iscrizione a caratteri Gotici, che ci da le seguenti informazioni: “Quest’opera fu fatta eseguire da frà Bartolomeo di Acciano nel 1412, in memoria di donna Margherita Prignani già contessa di Celano”. Tutti gli storici che hanno studiato l’opera, concordemente affermano di trovarsi di fronte ad un’autentica opera d’arte. Le sue fatture sono frutto d’indovinate e impeccabili soluzioni artistiche: azzeccata, è l’impostazione scenografica, altrettanto dicasi per la realizzazione scultoria delle figure presenti; incanta il bellissimo viso, dai lineamenti regolari, della Vergine di Castelvecchio; regale si presenta il Bambino Divino, ritto sulle gambe della Madre; austere e solenni le figure degli angeli, poste ai lati a mò di chiusura di una Divina composizione.Sotto la base, con caratteri dell’epoca, un graffito dice che la scultura, in argento, pesa (con approssimazione) kg. 0,502,5; sono presenti anche quattro bolli, eseguiti con un punzone, adoperato al tempo, dalla conosciuta e famosa bottega orafa di Mastro Nicola Piczulo di Sulmona, da cui sono usciti numerosi preziosi oggetti d’arte (forse anche la nostra “Pasquarella” è opera personale di detto Maestro?). Recentemente (2016), presso la chiesa convento di S. Francesco d’Assisi in Castelvecchio Subequo è stato reso fruibile un Museo d’Arte Sacra, ove, la statua qui descritta, fa bella mostra di sé. Il nucleo espositivo è composto di varie teche nelle quali sono esposti diversi oggetti di alto valore storico, artistico e religioso. Il materiale esposto proviene in larga parte da donazioni fatte alla comunità francescana di Castelvecchio Subequo, da parte d’importanti personaggi civili e religiosi lungo gli anni trascorsi dalla fondazione.

domenica, 28 Marzo 2021 / Pubblicato il Le Pillole di Giuseppe Cera

Il prossimo 3 aprile 2021 è un Venerdì Santo. La chiesa cattolica ricorderà la condanna, il supplizio e la morte in croce di Gesù di Nazareth. Nell’avvenimento spicca un personaggio chiamato Ponzio Pilato (Pontius Pilatus), che Dante, nella sua Divina Commedia definisce «Colui che per viltade fé il gran rifiuto». Questo personaggio, dal 6 al 36 della nostra era, fu Procuratore romano della Giudea; la sua massima notorietà la deve alla parte che egli ebbe nel processo a Gesù determinando la sua condanna a morte. La sua esistenza storica, oltre ai Vangeli è confermata da scrittori latini del tempo e dal ritrovamento, nel 1961, nei pressi dell’anfiteatro romano di Cesarea, di una lapide marmorea nella quale Ponzio Pilato è chiaramente menzionato (fig.1).

Questa lapide, certifica in modo diretto e inconfutabile che il personaggio istituzionale Ponzio Pilato sia effettivamente esistito e che il suo cognome è riportato nel modo corretto dalla storiografia. Doveva appartenere, come gli altri procuratori, all’Ordine dei Cavalieri. Numerose leggende narrano che quel personaggio abbia avuto i natali in qualche parte d’Abruzzo. Diverse località si contendono l’onore di avergli dato i natali: San Pio di Fontecchio, Navelli, Peltuinum, Tussio, Bisenti; in tale contesto entra anche Collarmele: addirittura, gli abitanti di questo centro hanno la nomea di ‘nchiova Criste (inchiodatori di Cristo), giacché, si pensa, che Pilato abbia portato con se, come legionari, gente del proprio paese. Che, Ponzio Pilato, possa essere nato in Abruzzo, ha qualche fondamento, poiché il cognome Ponzio è stato rinvenuto in diverse epigrafi rinvenute nella nostra regione, per esempio a Corfinium (Corfinio), Sulmo (Sulmona) e anche nella nostra zona superequana. Un’epigrafe, ora murata nella facciata della chiesetta cimiteriale di San Giovanni Battista a Gagliano Aterno, cita un personaggio a nome Quinto Ponzio che ricorda il figlio Nynphio, vissuto 20 anni; un’altra, rinvenuta da padre Egidio Ricotti nel 1912 in prossimità del cimitero di Castelvecchio Subequo, cita vari personaggi e, tra essi, un Tito Ponzio (fig. 2).

È singolare che nel nostro territorio troviamo due individui aventi il cognome Ponzio; quasi quasi, forzando la mano, viene da pensare che, quel Ponzio Pilato citato dai Vangeli, magari, possa essere stato proprio un superequano, nostro antenato?

venerdì, 17 Luglio 2020 / Pubblicato il Itinerari

Le pagliare sono villaggi rurali d’altura abitati per alcuni periodi dell’anno ed abbandonati tra gli anni 60-70, sono oggi presenze preziose nel territorio del Parco Sirente-Velino, che hanno conservato intatto il fascino e le suggestioni del mondo pastorale e contadino. Nascono per lo sfruttamento delle aree agricole montane ed i pascoli di quota in un sistema di equilibrio perfetto e di gestione di tutto il territorio comunale: la loro localizzazione era intermedia tra i paese a valle ed i pascoli montani, per sfruttare ogni superficie di terreno distante dai centri abitati e su quote diverse. Le Pagliare erano insediamenti residenziali a servizio dell’agricoltura e del pascolo e la loro tipologia derivava direttamente dalla doppia funzione: il piano terra era destinato al ricovero degli animali, mentre il piano superiore rappresentava la residenza dei pastori-contadini che, insieme alle famiglie, vi soggiornavano dalla Primavera all’Autunno, tempo necessario alla semina e alla raccolta dei frutti. I materiali costruttivi delle ‘’Pagliare’’ sono la pietra e il legno; il fabbricato ha una struttura semplice ed essenziale, privo di decorazioni se non negli elementi funzionali all’utilizzo, come gli anelli in pietra realizzati per legarvi l’asino, il mulo o il cavallo. Le case erano dotate di cisterne

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